Lettere – ILVA, quando la magistratura governa e il Governo è costretto a ripulire

Lodi, 14 settembre 2026 – La Corte d’Appello di Milano ha confermato lo spegnimento dell’area a caldo dell’ex ILVA entro il 28 ottobre. La motivazione: tutela della salute dei cittadini di fronte all’inquinamento da polveri sottili e amianto.
Nessuno contesta il principio: la salute è sacra e va tutelata. Ma sorge una domanda che trent’anni di gestione sindacale delle crisi industriali mi insegnano: quando una criticità emerge, la si risolve o la si abbandona?
Nel modello che abbiamo conosciuto — quello che ha funzionato per decenni — quando c’erano problemi di salute si investiva, si bonificava, si mettevano in sicurezza i reparti. L’obiettivo era: garantire contemporaneamente salute E lavoro. Non l’uno o l’altro. Non era “salute O lavoro”: era “come garantiamo entrambi”.
Questo tribunale ha scelto diversamente. Ha scelto di governare anziché giudicare.
Una sentenza che non è una sentenza: è una rinuncia della magistratura alla realtà economica. È ideologia vestita di toga. “Chiudete. Basta. Noi abbiamo ragione, gli altri si arrangino.”
Mentre il Governo — sì, il Governo — sta facendo il lavoro che tocca fare.
Il Governo ha impugnato in Cassazione. Sta lavorando 24 ore su 24 a Palazzo Chigi. Sta cercando nuovi gestori (Jindal, Federacciai, altri ancora in corsa). Sta negoziando un’autorizzazione ambientale ridotta ma praticabile. Sta cercando di trasformare 2.500 licenziamenti in transizione pianificata. Sta cercando di salvaguardare i posti di lavoro mentre affronta la sentenza.
Sta facendo politica, cioè il difficile. La magistratura no.
La vera contraddizione che il territorio vive:
Se con questa stessa logica dovessimo chiudere tutte le attività che comportano rischi sanitari, quali industrie resteremmo in piedi? Le automobili inquinano. I telefoni cellulari sollevano questioni di salute. Le raffinerie petrolifere continueranno a operare. Ma nessun tribunale europeo — tedesco, francese, spagnolo — ha mai chiuso un’acciaieria da un giorno all’altro per un’ordinanza senza un piano economico alternativo.
Il resto del mondo sa: quando governi una crisi industriale, dai tempo alle transizioni, fissi cronoprogrammi, investimenti, obiettivi. Non spegni un altoforno come fosse una candela.
Il vero problema non sono i tribunali: è che la magistratura di oggi ha una visuale molto diversa dal pragmatismo.
Quindici anni di fallimenti precedenti: lo Stato gestì male dal 2012 al 2018, ArcelorMittal dal 2020 al 2024. Il Governo Meloni ha trovato una struttura già moribonda e sta cercando di salvare il salvabile.
Ma il tribunale non vuole aiutare: vuole giudicare. Non chiede miglioramenti con una scadenza: comanda stop definitivo.
Chiudiamo per la salute? Va bene. Ma allora il Governo deve avere il tempo e le risorse per costruire il domani.
Taranto non è Bilbao, che ebbe anni di investimenti pubblici per trasformarsi. Taranto ha 4.300 imprese nel commercio e ristorazione che vivono di quella spesa. Ha famiglie che vivono di stipendi ILVA da tre generazioni. Ha giovani che non hanno alternative.
Se il tribunale chiude senza accompagnare il territorio verso una prospettiva reale, non sta tutelando la salute: sta provocando una crisi economica altrettanto letale.
Un governo responsabile fa ciò che il Governo sta facendo: litiga con la magistratura ideologica, impugna, negozia soluzioni, cerca investitori, programma la transizione.
Un governo irresponsabile sarebbe quello che dicesse “ok tribunale, avete ragione, addio acciaio italiano, dipenderemo da Cina e India per sempre”.
Il Governo sta scegliendo di governare. La magistratura ha scelto di fuggire dalle responsabilità.
Taranto merita di sapere chi sta lottando per il suo futuro e chi, invece, l’ha semplicemente abbandonata a una sentenza.
Domenico Ossino – Lodi


