Lettere: la violenza e il suo uso, solidarietà al PD

Negli ultimi giorni le cronache ci hanno restituito immagini e racconti che definire inquietanti è quasi riduttivo: a Lodi, durante la Festa dell’Unità, si è verificata una rissa violenta con tanto di machete. Un fatto gravissimo, che deve essere condannato con fermezza da chiunque abbia a cuore la convivenza civile e la sicurezza delle persone. Tuttavia, quello che trovo ancor più preoccupante – e forse persino più pericoloso nel lungo periodo – è l’uso politico che di questi episodi viene fatto. Invece di stringersi attorno alle vittime, come un tempo accadeva, oggi sembra che certi attori politici provino una sorta di compiacimento, quasi un gusto perverso nel poter additare l’avversario come colpevole o corresponsabile.
Una volta, davanti a fatti simili, c’era almeno una parvenza di unità nazionale: le forze politiche, pur divise su tutto, trovavano il modo di esprimere solidarietà a chi veniva colpito. Oggi no. Oggi prevale la logica della strumentalizzazione, dell’attacco gratuito, del “colpo basso” mediatico. E così assistiamo a dichiarazioni in cui la condanna dell’episodio viene immediatamente seguita da un’accusa al Partito Democratico, quasi che l’aggressione fosse responsabilità diretta di chi organizza una festa politica. Si confonde l’aggressore con l’aggredito, e questo è un passo grave verso la barbarie.
Voglio andare controcorrente, pur sapendo che attirerò critiche da parte di molti, soprattutto da chi si definisce “benpensante” e usa la cronaca nera come arma politica. Lo dico con chiarezza: condanno in modo netto e senza esitazioni ciò che è accaduto a Lodi, un fatto criminale che mette a rischio l’incolumità di cittadini e volontari. Ma al tempo stesso voglio esprimere la mia totale solidarietà al PD lodigiano, che è stato vittima di un atto vile e che oggi si trova ad essere anche bersaglio politico di chi sfrutta la paura per raccattare consensi.
È vergognoso che la violenza venga usata come carburante elettorale. È pericoloso che la paura venga alimentata deliberatamente, che venga diffusa l’idea di una città fuori controllo solo per colpire l’amministrazione di turno. Così facendo, non si cerca il bene della collettività, ma solo la conquista del potere a ogni costo. E in questo modo si contribuisce ad alimentare proprio quella spirale di odio e radicalizzazione che oggi sta segnando non solo la nostra società, ma il mondo intero.
Non è un caso se molti osservatori, anche in altri Paesi, parlano di una nuova radicalizzazione della politica e della società. Per certi versi, non siamo di fronte solo a dinamiche che richiamano il fascismo, ma a elementi che ricordano il nazismo: il disprezzo per l’avversario, l’uso sistematico della denigrazione personale, la riduzione del dibattito a insulti e sospetti. Siamo in una società che sembra provare piacere nel vedere l’altro cadere, nell’augurarsi che “succeda qualcosa” che possa essere usato contro il nemico politico. È una dinamica tossica, che non può portare altro che distruzione.
E qui non parlo solo della violenza fisica, come quella esplosa nella rissa di Lodi, ma anche della violenza verbale che domina il dibattito politico. Una violenza che non è innocua: le parole hanno un peso, e quando diventano minacce, insulti, delegittimazione continua, generano un clima che rende più facile lo scivolamento verso l’aggressione fisica. Oggi l’aggressione verbale è normalizzata, persino applaudita da chi vede in essa un modo per “distruggere l’avversario”. Ma proprio questo modo di fare politica è la miccia che accende la violenza vera.
Le idee possono e devono essere diverse, perché la democrazia vive del confronto e del pluralismo. Ma mai si dovrebbe superare la soglia della violenza verbale, né tantomeno gioire se un atto teppistico colpisce una forza politica rivale. È un limite che non deve essere varcato, se vogliamo mantenere una società civile.
Il dramma è che questa follia non riguarda solo Lodi o l’Italia. È globale. La vediamo in Medio Oriente, dove la violenza e l’odio hanno divorato intere generazioni. La vediamo in Ucraina, dove la guerra è diventata terreno di propaganda internazionale. La vediamo anche nelle nostre piazze e nei nostri dibattiti, dove chi parla di pace viene deriso o trattato come un nemico da eliminare. È come se il mondo intero si stesse preparando a una guerra totale, e poco importa se la si chiami “civile” o “internazionale”: di civile una guerra non ha mai nulla.
La responsabilità di tutto ciò non è solo di chi compie atti violenti, ma anche – e forse soprattutto – di chi non sa esprimere una semplice solidarietà quando la violenza colpisce altri. Oggi la colpa più grande è di chi specula sugli episodi teppistici per rafforzare la propria posizione politica. È un cinismo che ci avvicina, passo dopo passo, a uno scenario di conflitto permanente.
Personalmente, lo dico senza esitazione: avrei espresso la stessa solidarietà se un simile episodio fosse avvenuto a una festa di Forza Nuova o di qualsiasi altro partito che non condivido. Perché il principio è uno: la violenza va condannata sempre, e le vittime vanno difese sempre, indipendentemente dal colore politico.
Per questo faccio un appello a tutte le forze politiche, senza eccezioni: esprimete solidarietà al PD lodigiano, non per ragioni di schieramento, ma per rispetto della democrazia. Non lasciamo che la logica dello scontro totale divori ciò che resta del nostro vivere civile. La prossima guerra civile, se mai arriverà, non sarà responsabilità solo dei violenti, ma soprattutto di chi oggi specula sulla violenza invece di ripudiarla.
Marco Baratto


