Di Pubblicato il: 1 Ottobre 2026Categorie: Lettere

Lettere – Donne Democratiche del Lodigiano: dalle parole di Tajani e Vannacci emerge un’idea delle donne che non possiamo accettare

Antonio Tajani

Dalle parole di Tajani e Vannacci emerge un’idea delle donne che non possiamo accettare.

Prima Antonio Tajani, che parlando della donna “giusta” da sposare ha indicato come modello quella meno appariscente, più seria, più affidabile, una “buona madre di famiglia”, quella che “sta là”, contrapponendola alla donna con la gonna corta, che secondo le sue parole “mette qualche cornetto”: non soltanto meno rispettabile, dunque, ma anche considerata meno fedele e affidabile.

Poi Roberto Vannacci, che ha scelto di intervenire sulla polemica con una battuta sessista: tra una donna con la gonna lunga e una con la gonna corta, ha detto, preferisce “sempre” quella senza gonna.

Ma c’è un punto che per noi è ancora più grave: chi pronuncia queste parole.

Non stiamo parlando di conversazioni private o di opinioni espresse lontano dalla responsabilità pubblica. Stiamo parlando di un vicepresidente del Consiglio e ministro degli Affari esteri e di un esponente politico che ha scelto di costruire una parte significativa della propria presenza pubblica proprio attorno a questi temi.

Da chi ricopre una carica istituzionale così alta ci aspettiamo consapevolezza della responsabilità che comporta rappresentare la Repubblica italiana. Le parole di un ministro non sono soltanto parole personali: vengono pronunciate da chi esercita una funzione pubblica e contribuiscono a definire l’immagine delle nostre istituzioni.

Un’alta carica dello Stato dovrebbe essere la prima a promuovere rispetto, dignità e uguaglianza. Non a riproporre stereotipi sulla rispettabilità delle donne, sulla loro fedeltà o sul loro ruolo dentro la famiglia.

E lo stesso vale per chi sceglie la politica come spazio di rappresentanza pubblica: le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono utilizzate per normalizzare una visione delle donne come corpi da giudicare, persone da scegliere o soggetti da ricondurre a un ruolo prestabilito.

Noi non ci riconosciamo in questa rappresentazione dell’Italia. Non accettiamo che il nostro Paese venga rappresentato, dentro e fuori dalle istituzioni, attraverso parole che riportano le donne a un’immagine di subordinazione e che banalizzano la cultura dalla quale nasce la violenza di genere.

L’Italia che vogliamo rappresentare è un’altra Italia: quella della Costituzione, dell’uguaglianza, della libertà e della piena dignità di ogni persona.

E quando, nello stesso dibattito politico, si arriva a sostenere che il femminicidio sia semplicemente “un omicidio come tutti gli altri”, negando la specificità della violenza contro le donne, il problema diventa ancora più serio. Vannacci lo ha affermato esplicitamente, sostenendo che non vi sia bisogno di distinguere il femminicidio e definendolo un omicidio come gli altri.

Perché la violenza di genere non nasce dal nulla. Nasce anche da una cultura che pretende di stabilire come una donna debba vestirsi per essere rispettabile, come debba comportarsi per essere una “brava donna”, quale debba essere il suo posto nella famiglia e nella società.

Una cultura che continua a raccontare l’uomo come soggetto forte, autorevole, che dispensa protezione e la donna come soggetto che deve adeguarsi, essere fedele, occuparsi della famiglia e stare “al suo posto”.

È esattamente questa cultura che dobbiamo continuare a mettere in discussione.

Le Donne Democratiche del Lodigiano non intendono tornare indietro.

Non torniamo indietro sui diritti conquistati dalle donne.
Non torniamo indietro sulla libertà di scegliere come vestirsi, amare, vivere e costruire la propria vita.
Non torniamo indietro sul diritto delle donne a essere presenti nello spazio pubblico, nella politica, nelle istituzioni e nel lavoro.
Non torniamo indietro nella lotta contro la violenza di genere.
Non torniamo indietro nella consapevolezza che riconoscere la specificità della violenza contro le donne è parte della lotta per prevenirla e contrastarla.

E soprattutto non accettiamo una cultura patriarcale che vorrebbe riportare le donne a un ruolo subordinato, dentro le mura di casa, definite prima di tutto come mogli, madri o figlie.

Le donne non sono proprietà, non sono ruoli, non sono corpi da giudicare.

Sono cittadine, sono persone, sono libere.

La libertà di una donna non si misura dalla lunghezza della sua gonna.
La sua affidabilità non si misura dalla sua bellezza.
Il suo valore non si misura dalla capacità di essere moglie o madre.

E una donna non deve essere rispettata perché qualcuno decide che lo merita.

Deve essere rispettata perché è una persona.

È questa l’idea di libertà e di parità per cui continuiamo a batterci.

Perché sappiamo che i diritti conquistati dalle donne non sono mai acquisiti una volta per tutte. E sappiamo che ogni volta che si ripropone l’idea che una donna debba essere più rispettabile se veste in un certo modo, più affidabile se è una “buona madre di famiglia”, più subordinata perché considerata fragile, si fa un passo indietro.

Noi quel passo indietro non lo faremo.

Continueremo a prendere parola. Continueremo a contrastare gli stereotipi, le discriminazioni e ogni forma di violenza. Continueremo a difendere l’autonomia delle donne e il loro diritto a vivere pienamente lo spazio pubblico e privato, senza che nessuno stabilisca per loro quale debba essere il loro posto.

Senza tornare indietro.
Senza arretrare di un passo.

Donne Democratiche del Lodigiano