Lodi, dal Fatto Quotidiano: “Pronto soccorso nel caos, tra privacy assente e monitor guasti”

Lodi – Monitor che non funzionano, privacy violata, attese infinite e una sala d’aspetto inadeguata. È questo il quadro critico del pronto soccorso dell’ospedale Maggiore di Lodi, così come raccontato dal giornalista e insegnante Alex Corlazzoli in un articolo pubblicato su ilfattoquotidiano.it.
La testimonianza diretta, maturata durante l’accompagnamento di una persona senza fissa dimora, fotografa una situazione che appare al limite della dignità, sia per i pazienti che per il personale sanitario, sempre più sotto pressione.
“Non si capisce nulla”: i monitor al triage sotto accusa
Lunedì scorso, secondo quanto riportato da Corlazzoli, al suo arrivo al pronto soccorso intorno alle 12:38, i monitor segnalavano alcuni pazienti in attesa con codici azzurro e verde, ma dopo oltre un’ora la situazione risultava invariata. Non solo: nemmeno il personale sembrava in grado di decifrare i dati sui display.
“Di questi monitor non si capisce un c…”, avrebbe detto un’infermiera, secondo il racconto. Il malfunzionamento dei dispositivi elettronici crea inevitabilmente confusione tra i pazienti, che si trovano costretti a rivolgersi continuamente al personale per avere aggiornamenti.
Privacy e dignità a rischio
Altro nodo critico segnalato è il triage, paragonato a “uno sportello delle poste”, dove le informazioni sanitarie dei pazienti vengono rese pubbliche. A causa dell’assenza di strutture di separazione, tutti possono ascoltare i problemi di salute altrui. Nonostante la presenza di una linea rossa da non oltrepassare, la necessità di farsi sentire – soprattutto con pazienti anziani – costringe il personale a parlare a voce alta, compromettendo ogni forma di riservatezza.
Anche l’attesa non è semplice: la sala è spesso affollata, senza posti a sedere sufficienti, con una televisione accesa ma senza audio, e un ambiente che, secondo il giornalista, ricorda più “un ambulatorio di Baile Tusnad, in Romania”, che un ospedale lombardo.
Quattro ore per un’iniezione, burocrazia e approssimazione
La testimonianza si conclude con un ulteriore episodio: quattro ore di attesa per la somministrazione di immunoglobuline dopo un morso lieve di cane. Non solo: il vaccino antitetanico non viene più somministrato in pronto soccorso, ma occorre recarsi all’ASL. Infine, a sottolineare la superficialità nella raccolta dei dati sanitari, l’aneddoto sulla risposta ironica del senzatetto (“sono allergico alle mele”) riportata letteralmente nella cartella clinica.
L’appello: “Non smettiamo di denunciare”
Corlazzoli conclude il suo intervento con un invito chiaro: non rassegnarsi al disservizio, ma raccontarlo. Un’esortazione rivolta ai cittadini, nella speranza che le istituzioni, dal ministro della Salute Orazio Schillaci all’assessore regionale Guido Bertolaso, passando per la direzione dell’ospedale di Lodi, prendano atto della situazione vissuta dai pazienti.
“Forse, se avessero provato la mia stessa esperienza, quei monitor funzionerebbero, quel triage garantirebbe la privacy e per un’iniezione non si attenderebbero più quattro ore.”


