Crollo dei prezzi dei cereali: allarme di Confagricoltura Milano, Lodi, Monza e Brianza

Ezio Parapini
Aziende agricole schiacciate tra surplus globali, tensioni geopolitiche e costi in aumento
(Milano, 28 ottobre 2025) – Il mercato dei cereali sta attraversando una fase di crisi profonda. Il mais nazionale continua a perdere valore e anche i semi di soia del nuovo raccolto sono ormai quotati sotto i 400 euro a tonnellata. L’andamento discendente dei prezzi, determinato da un’ampia offerta globale e dal rischio di un peggioramento delle relazioni tra Cina e Stati Uniti, mette in seria difficoltà la redditività delle aziende agricole italiane e solleva interrogativi sulla sostenibilità futura della filiera cerealicola.
La situazione internazionale resta estremamente tesa: il 20 ottobre il grano ha toccato un minimo quinquennale e il mais i livelli più bassi delle ultime settimane. Argentina, Australia, Stati Uniti e Brasile immettono sul mercato produzioni record. Le tensioni tra Washington e Pechino aggravano la crisi: nuove tariffe portuali e il boicottaggio cinese della soia americana hanno ridotto drasticamente le esportazioni USA, con ripercussioni globali. La chiusura del governo statunitense, che ha sospeso la pubblicazione di dati ufficiali su domanda ed export, alimenta ulteriore incertezza.
«Stiamo vivendo un momento molto difficile – afferma Carlo Baietta, presidente della sezione di prodotto cereali di Confagricoltura Milano, Lodi, Monza e Brianza –. I prezzi sono bassissimi mentre i costi di produzione rimangono altissimi. È fondamentale continuare a produrre rispettando l’ambiente e garantendo la sanità della pianta, ma questi impegni hanno costi elevati che oggi il mercato non riconosce. Se si aggiunge che a volte si stringono contratti speculativi che influenzano la quotazione giornaliera, la situazione diventa insostenibile. Abbiamo chiesto all’assessore regionale Beduschi di valutare l’introduzione di un premio accoppiato anche per il mais: è urgente un sostegno concreto. Le importazioni restano un altro fattore devastante. Non si comprende, inoltre, perché Milano presenti quotazioni inferiori rispetto ad altre piazze italiane. Servono trasparenza e un anche riequilibrio territoriale delle valutazioni».
A esprimere preoccupazione è anche Mario Vigo, imprenditore e titolare dell’Azienda Agricola Folli di Robbiano di Mediglia, ideatore del protocollo Combi Mais e punto di riferimento per le pratiche colturali sostenibili. «L’unico modo per distinguerci in un mercato reso instabile da tanti fattori è valorizzare il mais di qualità. La Granaria di Milano riconosce un premio ai prodotti di valore, ma in filiera molti operatori non ne tengono conto, penalizzando il lavoro degli agricoltori. Se coltivato correttamente, con protocolli che assicurano sanità e qualità, il nostro mais, con alto contenuto di amido e assenza di aflatossine, merita un prezzo più alto. Non esiste una soluzione unica, ma servono più passaggi: rivedere la politica europea che incentiva eccessivamente le importazioni, valorizzare il contenuto proteico e sanitario del prodotto italiano, applicare parametri qualitativi già previsti, ma non riconosciuti, e costruire – come proposto nell’ultima edizione del Combi Mais – una Politica Agricola Comune dedicata al mais, sul modello del sistema riso, per sostenere la produzione nazionale. L’Italia è passata dall’autosufficienza quasi totale a un livello di importazione che supera il 60%. È un segnale preoccupante: qualcosa non torna. Non possiamo chiedere alle imprese di essere sostenibili se la società non riconosce il valore della sostenibilità stessa».
Ezio Parapini, imprenditore agricolo di Settala (Milano) a: «La nostra principale difficoltà – dichiara – è la mancanza di competitività rispetto a paesi come Argentina, Brasile, Stati Uniti, sia per i costi di produzione sia per la scala produttiva. Il mercato dei cereali è ormai globale: il prezzo non è più locale, ma mondiale. In queste condizioni, l’agricoltore non può reggere solo con i premi. Esistono speculazioni finanziarie e geopolitiche che influenzano le quotazioni. Basta che un porto o un canale di trasporto strategico venga bloccato oppure che la Cina annunci di non comprare dagli Stati Uniti, e l’intero mercato salta. Per frumento e mais servirebbe un contributo accoppiato, come per la soia: altrimenti, nel giro di pochi anni, non sarà più possibile coltivare cereali da granella, se non per usi zootecnici o per biomasse. Viviamo in un mondo sempre più instabile, con tensioni e guerre che aumentano e minacciano la sopravvivenza delle piccole aziende. È necessario prenderne atto: chi non si adatta rischia di essere spazzato via».
Le testimonianze, raccolte da Confagricoltura, evidenziano un disagio diffuso e una consapevolezza condivisa: la crisi del settore cerealicolo non si può risolvere con misure isolate né in tempi brevi. Serve un percorso articolato, che tenga insieme politiche europee più equilibrate, riconoscimento economico della qualità nutrizionale e sanitaria dei prodotti italiani e strumenti concreti di sostegno, come premi accoppiati e incentivi mirati. L’impatto reale di queste misure andrà quindi valutato alla luce di un mercato globale sempre più volatile, dove tensioni geopolitiche, surplus produttivi e dinamiche speculative continuano a condizionare i prezzi.


