Mezzo secolo di abusivismo: il Leoncavallo chiede soldi per resistere, l’ANPI risponde presente

Cinquant’anni di storia, di occupazioni e di scontri con la giustizia. Il Leoncavallo, il più noto centro sociale milanese, rischia davvero di chiudere i battenti: il 9 settembre è fissata la data dello sfratto dalla sede di via Watteau, che occupa dal 1994 senza alcun titolo legittimo. Nonostante decenni di battaglie politiche e di autogestione, la realtà è che l’immobile appartiene alla società immobiliare Orologio della famiglia Cabassi e che la magistratura ha da tempo stabilito che il centro sociale non ha alcun diritto a starci.
La vicenda giudiziaria è chiara. Già nel 2003 un tribunale aveva ordinato lo sgombero, confermato nel 2010 dalla Cassazione. Nel frattempo, lo Stato ha continuato a tollerare la presenza del Leoncavallo, senza mai dare esecuzione alla sentenza. Un lassismo costato carissimo ai contribuenti: nel novembre 2024 la Corte d’Appello di Milano ha condannato il Ministero dell’Interno a risarcire la proprietà con circa 3 milioni di euro per il mancato sgombero. Tre milioni di soldi pubblici, pagati per coprire le conseguenze di un’occupazione abusiva.
Come se non bastasse, il Viminale ha poi girato il conto alle cosiddette Mamme Antifasciste del Leoncavallo, chiedendo a Marina Boer, presidente dell’associazione, di restituire quei 3 milioni. Una richiesta che ha scatenato l’indignazione del centro sociale, il quale ribadisce che il Leoncavallo “è una storia collettiva” e non un affare personale. Di fatto, però, la legge parla chiaro: l’occupazione resta illegale, ed è difficile immaginare che un tribunale possa ignorarlo.
Oggi, in vista dello sfratto, il Leoncavallo prova a ribaltare la partita con la “Cassa di Resistenza”, una raccolta fondi lanciata come atto politico e di sopravvivenza. Un appello rivolto ai movimenti antifascisti, alla sinistra milanese e alla società civile, che ha già trovato l’adesione dell’ANPI provinciale di Milano. Ma qui il tema non è politico: è giuridico. Da oltre trent’anni il Leoncavallo occupa abusivamente un bene privato, senza pagare affitti, tasse o utenze regolari. In qualsiasi altra circostanza, un cittadino comune si vedrebbe recapitare uno sfratto in pochi mesi.
Per decenni Milano ha tollerato l’esistenza del Leoncavallo, riconoscendogli un ruolo culturale e aggregativo. Ma il confine tra libertà e illegalità è stato oltrepassato troppe volte. E ora, con una sentenza definitiva alle spalle, con milioni già pagati con soldi pubblici e con un provvedimento di sfratto fissato, la domanda è inevitabile: perché deve essere la collettività a pagare il prezzo di un’occupazione privata che la legge considera abusiva?
Il 9 settembre sarà l’ora della verità. O lo Stato dimostrerà che le regole valgono per tutti, o si confermerà l’ennesima eccezione tutta italiana: spazi sottratti ai proprietari legittimi, mantenuti in vita a colpi di slogan e di casse di resistenza.


