Lettere – Aggredito al BarZaghi dalla mamma del rapper

Lo scrittore e skipper Stefano Rotta, con il suo cane lungo le rive dell'Adda
Il 20 maggio tornavo felice da Villanterio, dove ho piccole proprietà coltivate a pioppo. Ero felice perché per la prima volta il cane le aveva viste. Pioveva forte e prima di cena decisi di assaggiare un mezzo calice di rosso siciliano.
Mi fermai al Barzaghi, che frequento da anni, sposandone la filosofia “solo prodotti italiani e plastic free”. Mi sedetti in poltrona in un angolo e non feci in tempo di fare il primo sorso, che questa signora di tratti nordafricani mi chiamò e mi disse “noi dobbiamo parlare”. Io le dissi “va bene, Sana”, pensando fosse una tizia che mi scrive su FB, e le mi disse “mi chiamo Aua”.
Mi disse di essere la madre del rapper Nyloz Gringo, che io ero andato a sentire e supportare nella serata di confronto col politico locale Gianmario Invernizzi. Il ragazzo però, dopo aver annunciato alla conferenza stampa con Rossella Mungiello la sua presenza, a pubblico già convenuto, mandò un messaggio irriverente per gli ospiti della serata e per l’avversario del confronto, e tutto si concluse lì.
L’indomani, essendo il mio lavoro da 25 anni, scrissi una breve cronaca personale, che pubblicai su Facebook. Scrissi dei fatti accaduti, ricordando al ragazzo che triste è la sorte di un uomo che non sa mantenere la parola. In Sicilia, dove ho lavorato anni, mi è sempre stato detto: “uomo senza parola, è morto che cammina”. Non esiste, non ha dignità.
Per mesi non ebbi più contatti con nessuno. Fino a lunedì scorso. Risposi, “Prego, mi dica”. Lei cominciò subito ad insultare, fascista, supporti Invernizzi, etc. Quando tutti ben conoscono le nostre differenze di vita, per anni mi sono occupato professionalmente di Resistenza e ho vinto, con Sergio Zavoli, il premio Enzo Biagi, tutto tranne che estrema destra.
E io in silenzio. Aggiunsi: “Ma perché non parliamo dei temi, di quanto successo, delle dinamiche reali della vita e del quartiere?”
Quando dopo varie insinuazioni anche pesanti, mi puntò il dito in faccia, presi il dito, lo abbassai vigorosamente in basso, e dissi “non mi devi toccare, non mi devi mettere le dita in faccia”.
Al che lei, mentre io ero a distanza, prese il mio bicchiere di rosso siciliano e me lo lanciò, facendomi crogiolare la faccia di vino e sporcandomi tutti i miei vestiti, pur umili.
“Tieni, clochard de merd”, urlò a pieni polmoni, in mezzo a tutti gli astanti.
“Tieni, barbone di merda”, disse.
Certo, rincasando dai miei campi, non ero in giacca e cravatta.
Pensavo fosse finita la pantomima, guardai Stefano Cammi, il titolare, sconvolto.
Lei prese il suo bicchiere di vino bianco, appena riempito, e mi lanciò anche quello.
A quel punto il barista, esausto, anche perché stava sporcando le poltroncine in tessuto, chiese cortesemente a me, per l’amicizia con il bar, di allontanarmi. Disse: “Aua basta, questo non me lo merito”. Io prima di andare dissi: “Se vuole chiamare le forze dell’ordine, lo faccia subito, così resto qui ad aspettare e chiariamo con gli agenti”. Volevo chiamare io il 112. Lei disse di no. Me ne andai a fare doccia e lavatrice, cercando di vivere la cosa come una barzelletta. Avevo ripreso la scena, per mia tutela, col telefono. A casa decisi di cancellare il video: se l’avessi in qualche momento di risentimento pubblicato su IG, o fatto girare via whatsapp, sarebbe diventato benzina sul fuoco per la propaganda anti-africana e anti-musulmana, e io, invece, lavoro per la concordia tra religioni e nazioni. Esempio ne è la serata pubblica organizzata con lo stesso Invernizzi e l’Imam di Lodi, per conoscere la comunità musulmana, convenuta con un centinaio di bravissime persone.
La sera stessa il figlio, Nyloz Gringo, pubblicò due post infamanti la mia figura sui social, scrivendo pubblicamente che “picchio le donne”. Su questo seguirà una azione legale verso la famiglia, che mi aveva assicurato, attraverso il padre-tutore Matteo, di farli rimuovere, cosa che non si è verificata.
La donna, Aua, invece, dopo essere rimasta a bere al bar, andò al pronto soccorso e si fece refertare 5 giorni di prognosi, dicendo di essere caduta per terra, dichiarando quindi il falso. I Carabinieri di Lodi convocarono Stefano Cammi in comando, che testimoniò precisamente i fatti e il caso si chiuse lì.
Questa è violenza e provocazione su uomini e razzismo inverso.
Due temi di cui non si parla perché sono molto scomodi.
In fede,
Stefano Rotta


