Di Pubblicato il: 19 Febbraio 2020Categorie: Primo Piano

Scoperto sistema di evasione: false operazioni per mezzo miliardo, coinvolto anche un lodigiano

La Guardia di finanza, coordinata dalla procura di Brescia e con il supporto del Servizio centrale investigativo criminalità organizzata di Roma, ha arrestato 22 persone: 17 in carcere e 5 ai domiciliari tra Brescia, Bergamo, Milano e Roma, nell’ambito di una “fabbrica” per l’evasione. Le misure disposte dal GIP hanno riguardato tre commercialisti e tre avvocati, accusati a vario titolo diassociazione per delinquere, aggravata dalla transnazionalità, finalizzata alla frode fiscale e al riciclaggio di denaro.

L’indagine vede indagate un centinaio di persone di varie province italiane, tra le quali anche Lodi: un imprenditore di 40 anni di Villanova Sillaro.
Un giro di fatture per operazioni inesistenti e crediti fiscali fittizi, per circa mezzo miliardo di euro, che han consentito alla banda di guadagnare 80 milioni di euro. Tra gli indagati c’è anche un monsignore che avrebbe favorito il tentativo di aprire un conto allo Ior sul quale depositare soldi frutto dell’evasione.

L’organizzazione produceva servizi tributari “illeciti”, attraverso centinaia di società “di comodo” sia nazionali che estere e prestanomi. Lo scopo prioritario era la produzione di crediti fittizi e fatture per operazioni inesistenti, da utilizzare indebitamente in compensazione. La seconda finalità era quella di vendere tali “servizi” attraverso una rete di distribuzione. I “colletti bianchi” individuavano i soggetti a cui “piazzare” i loro “prodotti” attingendo tra gli imprenditori loro clienti desiderosi di abbattere le imposte. La terza finalità consisteva nello sviare eventuali attività di controllo, attraverso il “traffico di influenze illecite” e le intimidazioni ad eventuali soggetti che volessero collaborare con la Guardia di Finanza.

Infine la banda ripuliva il denaro frutto dell’evasione, immettendolo nel mercato e trasformandolo in ‘potere d’acquisto’ apparentemente lecito da reinvestire in nuove attività attraverso raffinati meccanismi di lavaggio.
Il sodalizio si avvaleva di una squadra di “cash courier” specializzati nel trasporto, su autovettura, di denaro contante in vari Paesi europei (Slovenia, Croazia, Ungheria, ecc.). Le indagini hanno permesso di sequestrare, ad oggi, banconote per un valore complessivo di 2,1 milioni di euro, attraverso operazioni internazionali di polizia.

Della banda faceva parte anche un professionista ungherese che aveva lo specifico compito di nascondere il denaro proveniente dall’evasione fiscale, aprendo e gestendo – per conto dei promotori del sodalizio – conti correnti accesi in Ungheria e in altri Paesi
La banda avrebbe anche utilizzato un trust simulato per cercare nascondere parte dei “fondi neri”. Tra gli asset nascosti all’interno del trust anche beni immobili situati fuori dal territorio dello Stato.