Lettere al Direttore – BONELLI SULLA SICUREZZA DELL’ADDA

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Di seguito pubblichiamo una nuova lettera di Nicola Bonelli, sull’argomento del rischio idrogeologico nel Lodigiano e della sicurezza dell’Adda:
Signori Lodigiani,
non avendo la possibilità di una verifica diretta, sull’erosione della sponda citata nel vostro articolo, non mi azzardo a esprimere altri commenti.
Del resto, la questione Adda, con il relativo rischio idrogeologico, oltre che complessa, è di capitale importanza per tutti voi.
E perciò non si può risolvere con battute sui giornali. Nè mi va di accendere sterili polemiche con chicchessia.
A mio avviso è sempre più urgente, e non solo a Lodi, mobilitarsi, coinvolgere tecnici locali ed organizzarsi in comitati cittadini. In sintesi, per:
– 1) capire le complesse problematiche fluviali;
– 2) demolire il muro di gomma delle istituzioni;
– 3) contrastare l’ambientalismo cialtrone e mistificatorio;
– 4) smascherare i grossi interessi che si nascondono dietro l’ottusa e sciagurata politica di contrasto al dragaggio degli alvei fluviali, tra cui:
– a) le cave fuori alveo, che fallirebbero tutte se sul mercato fosse immessa l’enorme quanità di risorsa mineraria di proprietà pubblica: centinaia di milioni di metri cubi di inerti giacenti nei fiumi d’Italia;
– b) le Cricche degli appalti di somma urgenza, che, se ci fosse manutenzione preventiva, perderebbero la manna delle varie emergenze, e conseguente allegra gestione del denaro pubblico; sarebbe la morte di Tangentopoli.
Comunque, per saperne di più sulle cause di quel che accade lungo l’Adda, e sul rischio che corrono le vostre famiglie, vi consiglio di leggere quel che ho scritto nel 2004 su: http://www.fontamara.org/rischioidraulico.htm da cui ho tratto il seguente capitolo 6, che vi riguarda più da vicino.
La parte in grassetto può riguardare l’argine oggetto delle vostre attuali preoccupazioni.
Cordiali saluti,
Nicola Bonelli
Il Caso emblematico di Lodi
Colpita duramente sull’intero territorio dall’alluvione 2002 (foto 2), dopo due anni la città di Lodi aspetta ancora che gli Organi competenti provvedano a mettere in sicurezza il territorio. Ma l’AIPO, l’AdB, la Regione e la Provincia sono latitanti. Anzi all’AIPO di Parma non risulta nemmeno che nel 2002 Lodi sia finita sott’acqua. Dietro una spocchia che diventa sempre più spessa, negli Uffici pubblici si nasconde una carenza strutturale spaventosa: di contatto con il territorio, di conoscenza dei problemi e di capacità progettuale delle soluzioni.
In questo vuoto istituzionale diventa gioco facile l’inserimento di Studi Tecnici privati. Studi con etichetta universitaria, autorevole e rassicurante, che però affrontano il problema guardando con un occhio alla soluzione e con l’altro alla parcella che ne potrà scaturire. Afflitti da questa forma di “strabismo”, questi Studi a volte partoriscono delle grandi cavolate. Ed è ciò che sta accadendo a Lodi, dove un rinomato Studio tecnico privato ha proposto, pare di sua iniziativa, un progetto “per la messa in sicurezza del territorio”. L’AIPO non ne sa niente ma il Comune lo sponsorizza ad occhi chiusi; lo difende da ogni critica e non permette nemmeno di visionarlo. Pensando a Lodi, “città d’arte e di cultura”, viene da chiedersi da dove nasce questo oscurantismo. E sorprende il comportamento “defilato” dei tanti Tecnici del posto, nonostante gli accorati appelli di Domenico Ossino, del Comitato Alluvionati cittadino.
Quanto al progetto, non è certo una grande idea, o da persone responsabili, proporre d’innalzare gli argini in un tratto limitato di un corso d’acqua (nel tratto urbano di Lodi) – con conseguente innalzamento dei livelli idrici – senza curarsi del peggio che ne deriverebbe per i tratti di valle e di monte, dove peraltro vi è già stata l’esondazione nel 2002. Come dire: salviamo il centro di Lodi …e del resto chi se ne frega…; e senza peraltro tener conto che l’acqua che potrà fuoriuscire dal tratto di monte, finirà comunque sull’abitato di Lodi… e che, con l’innalzamento dei livelli idrici aumenterà l’allagamento, per risalita della falda, per rigurgito di fogne e canali, all’interno dello stesso abitato.
L’altra assurdità è il previsto allargamento dell’alveo in corrispondenza del ponte urbano, con l’aggiunta di una campata al ponte stesso. Si vuole in pratica allargare l’alveo dove è già largo 150 metri, e non nei tratti critici (a monte ed a valle di Lodi), dove l’alveo, ostruito da enormi accumuli di sedimento alluvionale, si restringe sotto i 60 metri; cioè dove in effetti si è verificata l’esondazione del 2002. L’insieme degli interventi prevede comunque una spesa di 15 milioni di euro: forse il vero obiettivo progettuale.
Il rapporto ufficiale della piena “2002” parla di una portata di 1.600 mc/sec. Da un calcolo di portata effettuato nei suddetti tratti critici, larghi 60 metri, risulta che vi può transitare una portata massima di 800 mc/sec. Da ciò si deducono due certezze: 1) che nel 2002, metà di quei 1.600 mc/sec sono fuoriusciti dall’Adda; 2) che, per contenere una portata simile, nelle suddette “strettoie”, bisogna raddoppiare la sezione d’alveo.
In prossimità del ponte urbano, invece, il problema non sta nell’ampiezza dell’alveo, ma nella sua pendenza longitudinale. Il recente inserimento di una briglia ha ridotto la pendenza di questo tratto dal 3 per mille allo 0,1 per mille, con conseguente riduzione della velocità, ad 1/3 di quella originaria.
Secondo la citata regola dell’Idraulica: Q = A x V (v. cap. 2), riducendosi ad 1/3 il fattore V, occorrerebbe il triplo di A per mantenere, entro gli stessi livelli idrici, la medesima portata Q: bisognerebbe cioè allargare l’alveo di 300 metri e non solo dei 16 metri, come prevede il progetto in questione. Demolendo invece la briglia si ripristina il fattore V originario e si abbassa lo zero idrometrico (v. allegato). Da calcoli idraulici risulta, con certezza matematica, che con l’abbattimento di quella briglia si avrebbe – in caso di piena con portata di 2.200 mc/sec. – un abbassamento di oltre due metri del livello idrico, rispetto alla situazione attuale.
Quanto al recente “crollo della sponda a Caccialanza”, è stato senza dubbio causato dalla presenza dell’enorme accumulo di materiale che ingombra in quel tratto i 2/3 dell’alveo; che ne riduce la larghezza ad appena 40 metri; e che costringe la corrente sotto la sponda sinistra, provocando l’incisione del fondo alveo fino a 5-6 metri di profondità, e quindi lo scalzamento e il crollo della difesa spondale. Si tratta di situazioni frequenti nei fiumi sovralluvionati (v. cap. 3) …e di crolli annunciati. Vi sono diverse situazioni simili nel tratto d’Adda da Cassano a Lodi e tutte facilmente individuabili: di fronte ad ogni accumulo di materiale in alveo – ed al conseguente restringimento dell’alveo attivo – vi è certamente una sponda in procinto di crollare. Se si interviene in tempo – riportando il filone della corrente verso il centro alveo e riempiendo le depressioni al piede delle sponde – si può evitare di dover ricostruire le difese spondali.
In conclusione, spero che i Lodigiani si accorgano e fermino il dissennato spreco previsto dall’intervento in questione; che non permettano di erigere argini, il cui effetto non salverebbe la città dalle esondazioni, ma ne peggiorerebbe le conseguenze; che non permettano di devastare l’antico ponte urbano; e che decidano di ripristinare la sezione di deflusso, dove veramente occorre. Quanto alla briglia, va assolutamente demolita. Da una foto storica si rileva chiaramente che, senza quella opera, il profilo del fondo alveo si abbasserebbe, in corrispondenza del ponte, di circa due metri. L’eventuale intervento che si rendesse necessario per la stabilità del ponte, andrebbe circoscritto intorno ai piloni, lasciando libere le luci, e senza influire sul regime idraulico.
Vorrei inoltre far notare che il rigurgito idraulico provocato da quella briglia si propaga verso monte per un lungo tratto fluviale. Per cui, qualunque approccio o iniziativa verso il problema “Adda” va affrontato non da Comuni singoli ma in accordo con gli altri Comuni rivieraschi: in una visione generale del problema stesso.
Consiglierei infine di guardare al punto di confluenza con il Po. A mio avviso nel tratto terminale dell’Adda vi sono gli stessi problemi di pendenza e velocità: causati dall’innalzamento dell’alveo del Po. Se anche lì dovesse ad esempio risultare che la capacità di deflusso rimane sotto gli 800 mc/sec, si deve dedurre che, con il ripetersi di una piena da 1.600 mc/sec si avrebbe in poche ore un’esondazione di oltre 50 milioni di mc d’acqua, sul territorio adiacente al tratto terminale dell’Adda. A meno che non si intervenga anche sul fiume Po.


