Prezzo del latte, allevatori sotto pressione. Barbaglio: «Basta latte di serie A e di serie B: il prezzo si costruisca sui costi reali»

Danilo Barbaglio
(Milano, 25 agosto 2026) – Serve un nuovo metodo per stabilire quanto vale il latte, ancorato ai costi reali delle aziende. È la posizione di Confagricoltura Milano, Lodi, Monza e Brianza, affidata a Danilo Barbaglio, presidente della sezione lattiero-casearia e vicepresidente dell’organizzazione, nonché presidente della sezione latte di Confagricoltura Lombardia, in una fase di forte tensione per il comparto: da inizio anno l’aumento delle produzioni ha fatto crollare le quotazioni del latte spot (quello venduto fuori contratto), nelle prime settimane di agosto il caseificio bresciano Bresciangrana ha sospeso e poi ripreso a prezzo ridotto il ritiro del latte dei suoi conferenti, e nei giorni scorsi Regione Lombardia ha convocato per inizio settembre un Tavolo latte con imprese e organizzazioni agricole.
«Stiamo attraversando una fase delicata e credo sia necessario leggerla senza allarmismi, ma anche senza nascondere le criticità – afferma Barbaglio -. La Lombardia rappresenta il cuore della produzione lattiera italiana e abbiamo aziende estremamente efficienti, moderne e capaci di produrre latte di altissima qualità. Tuttavia, oggi gli allevatori devono confrontarsi contemporaneamente con la volatilità del mercato, con l’aumento e l’incertezza dei costi di produzione, con le conseguenze dei cambiamenti climatici e soprattutto con una prospettiva sul prezzo del latte che desta preoccupazione».
«Il nostro primo obiettivo deve essere quello di garantire alle aziende una remunerazione adeguata. Non possiamo pensare che la competitività della filiera venga costruita comprimendo il valore riconosciuto alla produzione primaria. Come Confagricoltura dobbiamo sostenere con forza un principio: il prezzo riconosciuto all’allevatore deve essere costruito sulla realtà economica delle aziende e su indicatori trasparenti. Abbiamo bisogno di un costo di produzione elaborato con criteri rigorosi e aggiornati, anche attraverso l’ISMEA, l’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare, che tenga realmente conto dell’alimentazione animale, dell’energia, del lavoro, degli investimenti, del costo del denaro, degli adeguamenti ambientali e del benessere animale. Non possiamo chiedere continuamente agli allevatori maggiori investimenti e maggiori standard produttivi senza riconoscere economicamente questo impegno».
C’è poi il nodo degli accordi di filiera. L’intesa nazionale dello scorso 24 giugno ha fissato il prezzo alla stalla per il secondo semestre tra 48 e 50 centesimi al litro, ma li garantisce solo sui volumi prodotti nel 2025: il latte eccedente viene pagato a valori molto inferiori. «Credo che in questa fase siano preferibili accordi capaci di seguire rapidamente l’andamento reale del mercato, evitando di vincolare per periodi troppo lunghi le aziende in una situazione internazionale ed economica così mutevole. Dobbiamo inoltre superare meccanismi di doppio prezzo che rischiano di creare forti squilibri tra produttori. Il latte prodotto da un’azienda efficiente non può diventare improvvisamente latte di serie A o di serie B soltanto in funzione dei volumi».
«Non credo alla contrapposizione permanente tra agricoltori e industria: abbiamo bisogno l’uno dell’altro – prosegue -. Ma collaborazione significa equilibrio. Una filiera è realmente forte quando crea valore e quando quel valore viene distribuito in maniera corretta tra tutti i suoi protagonisti. Il confronto quindi deve esserci, ma deve partire da dati trasparenti e dalla pari dignità tra le parti».
Con circa 6,1 milioni di tonnellate l’anno, il 46% della produzione nazionale, la Lombardia – sottolinea Barbaglio – deve inoltre avere un peso proporzionato nella definizione delle politiche nazionali del settore. «La Lombardia ha una filiera lattiero-casearia che rappresenta un patrimonio economico straordinario. Abbiamo allevamenti tra i più avanzati d’Europa, grandi Dop, capacità di trasformazione, tecnologia e professionalità. Ma dobbiamo mettere l’allevatore nelle condizioni di continuare a investire. Servono rapporti di filiera più equilibrati, indicatori economici condivisi, programmazione della produzione e una maggiore valorizzazione del latte italiano. E serve che tutto il mondo agricolo si presenti ai tavoli unito, con numeri e dati alla mano».
«La vera sfida non è soltanto stabilire quanto vale oggi un litro di latte – conclude Barbaglio -. È decidere quale futuro vogliamo dare alla produzione di latte in Lombardia. Il latte lombardo non deve essere considerato semplicemente una materia prima da acquistare al prezzo più basso possibile. Dietro ogni litro ci sono aziende, famiglie, investimenti, territorio, occupazione e un patrimonio zootecnico costruito in generazioni. Difendere il prezzo del latte non significa difendere soltanto gli allevatori: significa difendere tutta la filiera lattiero-casearia italiana, il territorio e un patrimonio produttivo che non possiamo permetterci di perdere».


